Thunder Force: il ridicolo del politicamente corretto

Che cos’è il “politicamente corretto”, chi sono i “Social Justice Warriors” che se ne fanno fanatici portavoce in tutto il mondo occidentale? Partito molti anni fa come un modo per esprimere in termini più “gentili” realtà che denotavano una qualche forma di disagio (“diversamente abili” al posto di “handicappati” e così via), nel corso del tempo il politicamente corretto è diventato uno strumento parossistico di discriminazione e vendetta. Oggi il compito di chi ne gestisce i criteri è quello essenzialmente di individuare qualche realtà specifica, dichiararne la pregressa o attuale oppressione da parte di altre realtà (definite “dominanti”), per poi organizzare un riequilibrio che non di rado finisce per assomigliare a una feroce rivalsa.

Le categorie di base tra quelle favorite dal politicamente corretto sono: persone con orientamento sessuale non etero, o di etnia non bianca, o donne. Questi sono i tre grandi pilastri, cui si aggiungono categorie secondarie: disabili, persone grasse o brutte (criterio però riservato solo alle donne), minoranze religiose. Naturalmente ogni categoria viene definita sulla base di un contraltare nemico: le persone eterosessuali, bianche, di sesso maschile, senza problemi di disabilità, in forma e belle o appartenenti a una delle maggiori religioni del mondo (Cristianesimo in primis, ma anche Ebraismo, con un’eccezione ondivaga per l’Islam).


Ogni categoria è come un pezzo di lego.


social justice warriorLa particolarità di questo schema è che ogni categoria è come un pezzo di lego: si possono associare diversamente e il Social Justice Warrior gode interiormente quanto più si riescono a comporre situazioni articolate. L’orgasmo più profondo per lui è trovare il modo di imporre una narrazione speciale per una persona gay, nera e donna, magari con qualche disabilità, obesa e inguardabile e pure devota di qualche sconosciuta religione minoritaria. Il sogno è quello di riuscire a comporre un film, un libro o, perché no, una convenzione internazionale che metta al centro le categorie via via individuate, per magari conferire loro privilegi togliendo diritti alle categorie “nemiche”. Perché, dice, l’oppressione è durata troppo e va risarcita.

Il meccanismo è profondamente anomalo in sé e non vale la pena analizzarlo categoria per categoria. Vale la pena piuttosto considerarne gli effetti quando, come accade da tempo, scivola verso l’estremismo. L’esito è il grottesco, l’innaturale, il buffo, il freak. Gli esempi si sprecano: al cinema pullulano le supereroine omologhe dei più noti e tradizionali supereroi, in film che non va a vedere nessuno. L’apoteosi si è avuta di recente, con il nuovo Terminator femmina, attrattivo per l’audience al massimo come la donna barbuta del Circo Barnum. Per far capire l’antifona, nel nuovo sequel in rosa non manca la scena della donna che squadra un imbambolato Schwarzenegger e gli dice: “quando avremo finito, io ti ucciderò”. Il risarcimento sta anche in messaggi del genere.


Protagoniste due donne bruttarelle e obese.


Su questa falsariga vanno anche libri, librucoli e libercoli che si moltiplicano come virus e invadono le librerie dove la storia, la letteratura, la filosofia, la scienza, l’astrologia, la fisica quantistica e tutto il resto dello scibile umano viene riletto “in chiave femminile”. Per non parlare di romanzi fatti con lo stampino, dove ci sono l’uomo feroce, cattivo, bestiale e violento, la donna oppressa e vittima che però trova la forza di riscattarsi. Il problema tuttavia non è che questa rumenta appaia sugli scaffali, bensì il fatto che ci sia qualcuno che la compra e, magari, la legge pure. Non si spiegherebbe il motivo per cui le case editrici continuino a sfornare libri-fotocopia di quel genere.

Tuttavia, si sa, sono purtroppo pochissime le persone che leggono. La maggioranza si fa friggere il cervello o dai social o dalla cara vecchia televisione. Che oggi, con servizi come “Netflix”, è tra i maggiori veicoli di contenuti da Social Justice Warrior. Lì davvero è possibile toccare con mano la deriva grottesca dell’estremismo di un’ideologia priva di ogni senso. L’ultimo e più lampante che mi è capitato di conoscere è “Thunder Force”, un serial che si sta girando ad Atlanta, negli USA. Protagoniste due donne bruttarelle e obese, che si scoprono improvvisamente dotate di superpoteri. Si fasciano allora in tutine da supereroe, che le fanno somigliare a degli insaccati, per combattere il male. Naturalmente una è di etnia bianca e una è di etnia nera (ci mancherebbe).


L’incantesimo di un’equità che in realtà è mera oppressione.


E il male da battere a colpi di trigliceridi rotanti, colesterolo infuocato, ritenzione idrica spaziale, ciccia nucleare chi è? Il villain della situazione è interpretato dall’attrice Pom Klementieff. Andatevela a vedere su Google e fatevi un’idea. Bionda, magra, bella. Unico elemento un po’ diverso dallo standard sono i lineamenti asiatici, forse a simboleggiare il bianco più bianco possibile. Il sottotesto è che essere come Klementieff non solo è sbagliato, ma è proprio una colpa, perché da sempre ha impedito a due che per la loro salute dovrebbero mettersi a dieta e a tutte quelle come loro di essere supereroine. Immagino dunque le scene dove la povera Klementieff viene spappolata in mezzo alle gigantesche natiche delle due protagoniste che poi, vincitrici, andranno a festeggiare il loro “woman empowerment” esercitando la libertà tutta femminea di scofanarsi un salutare BigMac.

L’effetto tossico di prodotti del genere è che forniscono una giustificazione a comportamenti dannosi, da un lato, e dall’altro credono di riequilibrare una discriminazione (inventata) imponendone una uguale e contraria (reale). Fossi una donna obesa mi sentirei umiliata da un telefilm del genere, anche se declinato in modo ironico, e proverei pena per le due protagoniste. Se fossi una donna bella e in forma mi sentirei criminalizzata. Se fossi di colore mi sentirei umiliata dal contentino di essere inserita a forza tra le eroine in onore delle “pari opportunità”. Il rispetto imposto per via propagandistica non è rispetto, ma solo la reazione spaventata a un incombente e folle processo di criminalizzazione.



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