“Un posto migliore”: come far soldi con un mito

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Si possono fare dei soldi utilizzando dei miti? Pare di sì. Immaginate con me di cominciare a predicare ovunque che la religione politeista romana fosse molto più convincente di quelle monoteiste attuali. Marte, Venere, Giove e tutti gli altri: molto più fighi di Gesù, Allah, o Yaweh, vuoi mettere? Si immagini che questa versione bislacca diventi davvero di moda, ne parlino tutti sui media, nei convegni e si creino ovunque associazioni dedicate a Diana o a Vesta o ad Apollo. Ecco, in quelle condizioni è possibile innescare un gran bel business: la formazione. Ossia farsi pagare per insegnare a tutti quali sono gli dei, i riti, le raffigurazioni e quant’altro.

Assurdo, vero? Eppure accade. Non con la mitologia romana, ma con il mito della violenza sulle donne, nella particolare accezione della molestia sessuale sul luogo di lavoro. Una realtà di cui manca la misura ufficiale: le denunce per molestie generiche sono tantissime, le condanne pochissime. E non è dato sapere, tra di esse, quante provengano dall’ambiente di lavoro. Resta il fatto che le condanne sono pochissime, da un lato, e dall’altro che la donna teoricamente molestata sul lavoro gode di numerose tutele. Tra le altre, può assentarsi dal lavoro e venire pagata (con soldi pubblici gestiti dal sindacato UIL) a pieno stipendio e per un bel po’ di tempo. Una misura esplicitamente riservata alle sole donne, e tanti saluti alla Costituzione.


Alcune tra le femministe più violente e aggressive.


Nonostante questo, c’è chi sulla necessità di insegnare come ci si comporta in ufficio verso le colleghe (verso i colleghi chi se ne frega), ci ha costruito un ricco progetto per la formazione aziendale. Il presupposto è ovviamente che i casi di molestia siano milioni, tutti non denunciati per paura di ritorsioni o chissà che, come se le donne non fossero più protette dei panda dal WWF, e che dunque la formazione sia fon-da-men-ta-le nelle aziende. Nasce così “Better Place Project“, il progetto per un posto migliore, dove esperte/i ed espertone/i ti arrivano in ufficio e ti spiegano, non come cercare di non crepare sul lavoro (più di 1.000 morti all’anno), ma quali sono i ruoli di genere, le distanze da tenere, cos’è una molestia, come si porge un encomio, eccetera.

E chi sono questi esperti? Sul sito di “Better Place Project” ci sono un po’ di nomi. Tra gli altri, tenetevi forte: Luisa Rizzitelli, Flavia Perina, Luisa Betti Dakli, più altri soggetti che, dai titoli e dalle professioni dichiarate, parrebbero competenti. Di sicuro sono inclini a vendere la propria competenza per una tematica senza senso. Per il resto il corso è in mano ad alcune tra le femministe più violente e aggressive che abbiamo in Italia, con dei curricula tutti da leggere se ci si vuole fare qualche risata. E’ inevitabile, con gente del genere, che i corsi diventino una via di mezzo tra l’indottrinamento e il terrorismo di genere. Per di più a pagamento per le aziende così folli da sottoporvisi.


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L’impostazione parte dal presupposto che la semplice buona educazione e l’auto-regolazione tra adulti non bastino: c’è tutto un codice ulteriore da seguire, violando il quale si rischia grosso. Di quanto siano sensati i parametri comportamentali di Rizzitelli, Perina e Dakli & Co. sa qualcosa, ad esempio, quel professore ora a processo per aver toccato casualmente un malleolo a una collega. Tutta la follia estremista viene però coperta da belle parole, come sempre. Si dichiara ad esempio l’intenzione di “creare condizioni migliori per relazioni rispettose, accoglienti e libere da stereotipi di genere e sessismo” all’interno di aziende pubbliche o private. E a questo scopo ci sono pure alcuni incentivi.

Sì, perché esistono diversi gradi di certificazione, ovviamente ognuno con costi crescenti: si può arrivare all’excellence level, cui segue il master level, fino al livello massimo detto star level. Che probabilmente è quello dove tra colleghi uomini e donne non ci si parla, non ci si scrive e i contatti fisici avvengono solo se interamente avvolti in un profilattico gigante, come in “Una pallottola spuntata“. La montagna costruita sul nulla, ossia il mito delle molestie sul lavoro, diventa così il pretesto per una grande macchina da soldi da cui le femministe più spinte, affiancandosi qualche professionista complice, traggono rilievo personale e denaro.


A breve il loro parco clienti sicuramente si amplierà.


Certo i corsi si vendono se ci sono clienti, e viene da chiedersi se sul serio ci sono aziende desiderose di fare quel tipo di formazione. Pare di sì. Sul sito vengono citati come clienti anche colossi come la Caterpillar e la Confapi, più un’impresa edile (ma davvero hanno fatto il loro corso a dei muratori???) e una di “housekeeping”. E a breve il loro parco clienti sicuramente si amplierà, perché la rete della “sorellanza” si muove compatta per queste cose. Quanti centri di formazione, che magari erogano corsi di grande importanza, con contenuti seri, possono godere dell’appoggio aperto di politici importanti e presentazioni alla Camera dei Deputati? Nessuno direi. “Better Place Project” invece sì.

Sotto gli auspici di Mara Carfagna, infatti, gli esiti dell’attività e le proposte “formative” di “Better Place Project” sono stati presentati venerdì scorso proprio a Montecitorio. Così ha detto l’ex modella da calendario ora in cerca di un partito che le riconosca un peso politico che non ha: “serve una riflessione che ponga al centro l’importanza, per uomini e donne, di percorsi di formazione strutturati e qualificati, capaci di rendere evidenti i danni che sessismo, discriminazioni e abusi procurano dentro e fuori i luoghi di lavoro”. Quale migliore pubblicità per la “Better Place Project”? Quante aziende possono vantare un marketing di quel livello?


Palpare il culo alla segretaria è male.


Che, ne sono certo, non si limita a un’ospitata a Roma e qualche trafiletto sui giornali. Il rafforzamento di una rete di potere sta anche nell’imporre la presenza dei propri agenti. E allora chissà quanti futuri clienti questo endorsement politico procurerà a un progetto che insegna probabilmente l’ovvietà per cui palpare il culo alla segretaria è male. E chissà se Rizzitelli & Co. insegnano anche alle dirigenti donne a non umiliare o molestare i sottoposti di sesso maschile. Sono sincero: ho parecchi dubbi che lo facciano. Rimane da capire quanto ci si guadagni da attività come queste. Ho indagato ma le tariffe di “Better Place Project” rimangono ignote. Di contro è abbastanza chiaro che i miti femministi, fatui e inconsistenti come gli dei d’epoca romana, assolvono, tra le altre, alla funzione di procurare stipendi facili dietro prestazioni di servizi di avvelenamento del clima sociale. E il grave è che la cosa appare a tutti del tutto normale.


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