Manifesti a Roma: un’altra sentenza scandalosa

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Leggere la sentenza con cui il TAR del Lazio ha respinto l’opposizione alla rimozione, un anno fa, dei manifesti Pro-Vita affissi in giro per Roma, significa entrare direttamente a contatto con il regime totalitario vigente. Protetto strenuamente dai magistrati, esso concede libertà di espressione ad alcuni e la nega ad altri, usando motivazioni variabili, secondo il noto criterio dei due pesi e due misure. Il regime non si nasconde, non fa sotterfugi, è tutto alla luce del sole: i togati ne fanno parte integrante, sono i guardiani assoluti del sistema e della propaganda che lo sostiene, su questo non c’è dubbio.

Secondo il TAR il Comune di Roma fece bene a rimuovere i manifesti con il feto di 11 settimane che, ancora nella pancia della mamma, si succhiava il dito. Essi, dice la sentenza, usciva dagli ambiti della “continenza espressiva”, trasmettevano un’intollerabile “violenza semantica” e davano uno “smodato impatto emotivo”. Parole grosse e gravi. Se uno non avesse visto i manifesti immaginerebbe la scena di un horror di Sam Raimi, invece era semplicemente un feto. Che ha dato un enorme fastidio, forse perché richiamava il fatto che in molti casi l’aborto assomiglia a un omicidio. O forse, come denunciò qualcuno, il manifesto era “discriminatorio”, anche se non si sa bene perché né verso chi.


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Resta il fatto che quel bimbo dava uno smodato impatto emotivo, conteneva un messaggio troppo violento. Non era un problema di idiosincrasia delle persone che ne avevano denunciato l’affissione, non è il loro senso di colpa interiore o la loro sporcizia ideologica: il problema era il bimbo e l’immagine complessiva in sé. Questo il criterio di giudizio dei togati regionali laziali. Un duro colpo per i Pro-Vita, che così avranno vita ancora difficile se si tratterà di affiggere qualche altro manifesto, a meno che non cambi l’amministrazione capitolina.

La stessa che, sotto l’egida del femministo Zingaretti, non ha ritenuto che fossero inaccettabili i manifesti del 1522 che rappresentavano l’Italia come un paese con milioni di mezzi uomini carnefici di milioni di donne. Bugie certificate anche dal giudice Cecilia Pratesi, che però respinse la richiesta di rimozione di un gruppo folto di cittadini che si sentivano offesi dal messaggio, quello sì fuori dalla continenza espressiva (le bugie lo sono sempre), violento e con un impatto emotivo distorto. Anzi, Pratesi dava la colpa ai ricorrenti: se si sentivano toccati dai manifesti del 1522 era perché avevano la coscienza sporca.


Mastini in toga pronti a sbavare la loro ingiusta ingiustizia.


I pesi e le misure usate dal giudice Pratesi non hanno fatto scuola, però. Per i Pro-Vita i giudici del TAR ne hanno usati di opposti, stabilendo dunque che ci sono manifesti violenti e vergognosi che hanno tutto il diritto (privilegio) di restare dove sono, e altri che invece vanno rimossi. Poco importano le idiosincrasie o le ideologie, le bugie o la verità, la violenza o la placidità di un’immagine. Conta il sistema e contano soprattutto i morsi dei mastini in toga messi a sua difesa, presidi minacciosi pronti a sbavare la loro ingiusta ingiustizia su commissione ideologica.


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