E Cinzia Pennati non ne azzecca una

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cinzia pennatiCinzia Pennati è una insegnante, blogger e scrittrice di Genova, di cui ebbi modo di parlare già tempo fa. Domenica scorsa un suo intervento è stato pubblicato sul Secolo XIX di Genova, come contraltare a una mia lettera dove ordinavo alla politica locale di non usare il mio nome per le sue guerricciole contro il Sindaco e il Municipio Levante. Non posso pubblicare né la mia lettera né quella di Pennati per motivi di copyright, ma credo che su Telegram sia tutto reperibile.

L’intervento della prode Cinzia è paradigmatico e va analizzato. Oltre a spiegare nei primi due capoversi cosa sia lo “stalking” (tante grazie…), parte con i soliti mantra: “sono le donne nell’80% dei casi a essere oggetto di molestie”. E allora? Il 90% degli uomini è vittima di omicidio, di morte sul lavoro, si suicida, eppure si può parlare di omicidi, morti bianche e suicidi. Anzi se ne parla troppo poco. Dunque: prima ricerca di privilegio ingiustificato fallito.


L’intervento della prode Cinzia è paradigmatico.


Subito dopo Pennati dice di essersi indignata fino a spettinarsi tutta quando ha visto il manifesto dell’Aperitivo con lo stalker circolare a poche ore dall’omicidio di Elisa Pomarelli. Come se le due cose fossero collegate. Come se dopo un attentato terroristico diventasse vietato parlare di fondamentalismo, o dopo un agguato di mafia non si potesse più parlare di cosche e malavita organizzata. Secondo argomento, dunque: scemenza emozionale buona per raccogliere il consenso dei gonzi al bavaglio verso altri.

Dice poi che proprio la formulazione “Aperitivo con lo stalker” è indicibile. Ci tiene, vizio tutto femminile, a dire che lei è insegnate, scrittrice e blogger, quindi sa usare le parole. Quel titolo è “un invito a essere stalkerizzate”. Solo chi è in profonda malafede può leggerlo così. L’ovvio messaggio è: vediamoci all’ora dell’aperitivo e parliamo di stalking. L’insegnante (poveri ragazzi…), blogger e scrittrice immagino non ammetta quindi le frequenti manifestazioni con titolo tipo: “invito a cena con delitto”, o cose simili. Che pena, mamma mia…


Buona per raccogliere il consenso dei gonzi.


Anche lei poi fa la paragnosta e dice che non si può ironizzare su cose così serie. Pennati forse pensa che io sia un comico. Per tre anni non ho ironizzato su nulla che meritasse una trattazione seria, non vedo perché farlo ora. Tuttavia lei, come tanti altri, già sa cosa avrei detto nel mio incontro del 20 settembre e lo ritiene irricevibile a prescindere. Lo vedremo nella diretta Facebook se davvero ciò che sostengo è così irricevibile. Segue il richiamo alla raccolta firme online che, dice, ha raccolto più di 1.000 firme (mecojo…!), ma la parte migliore deve venire.

Dice che io divido e metto zizzania tra i sessi, mentre “i diritti di uguaglianza sono una lotta da affrontare assieme”. Pennati, forse troppo impegnata a collaborare con un locale centro antiviolenza (e quelli non mettono mica zizzania…), non ha avuto tempo di leggere ciò che scrivo, come i frequentissimi richiami a una nuova concordia tra uomini e donne, a un nuovo riconoscimento reciproco per un progettazione comune di un futuro da condividere fuori dalle ideologie. Insomma non ne azzecca una.


Cinzia Pennati non ne azzecca una.


Segue un pippozzo interminabile sull’uso dei loghi e i patrocini, sebbene sia già stato tutto chiarito: l’uso del logo del Comune è stata una svista subito corretta e il patrocinio (soldi inclusi) era per un’iniziativa dedicata a un bambino suicida perché impedito a frequentare il padre, non certo per me. Evidentemente nemmeno questa finalità va a genio alla nostra Cinzia, che il 20 settembre, invece di ascoltarmi su Facebook, parteciperà a una manifestazione davanti al Municipio con “Non una di meno”:

Sì, proprio con quella marmaglia ormai da tempo ribattezzata “Non un euro di meno”, e anche in questo senso Pennati non si smentisce. Con una faccia che “se cade in terra il lastrico fa sangue” (citazione da Gilberto Govi) dice infatti: “il sostegno pubblico dovrebbe andare alla prevenzione della violenza e all’educazione alla sessualità”. Cioè più soldi per i centri antiviolenza e per le teorie gender a scuola. Come se già non arrivassero milioni di euro a pioggia su quelle partite. Forse Pennati vuole strappare anche i 300 euro concessi all’Associazione Papà Separati per un’iniziativa in memoria di Ethan Solinas. Conoscendo la voracità di quel settore, non mi stupirebbe.


“Non una di meno”, da tempo ribattezzata “Non un euro di meno”.


Dulcis in fundo: “il signor Stasi, a quanto pare, non ha ancora capito che può esporre la sua tesi dove meglio crede […] ma risulta incomprensibile che eventi di quel tipo siano avvallati da un Municipio che è un’istituzione pubblica e come tale rappresentante di tutti”. Pennati, non mi stupisce che ciò sia per lei incomprensibile. Chi vuole dettare l’agenda del dibattito pubblico non può, dal basso del proprio analfabetismo democratico, concepire che un’istituzione pubblica proponga a tutti i cittadini temi di dibattito antagonisti alla versione scontata, trita e imposta da fascismi vestiti di rosa e pizzo o di rosso sbiadito. Quelli come lei conoscono solo due cose: paura della verità dei fatti e del confronto e il bavaglio verso le controparti. Ma la storia è testimone: presto o tardi gli oppressi il bavaglio se lo strappano e i regimi crollano. Questo lei lo insegna ai suoi studenti, tra un concetto politically correct e l’altro?


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