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Facciamo tutti come Michele

Questo blog ha interrotto le pubblicazioni il 14/09/2020, dopo 4 anni di attività.

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LA FIONDA

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Michele è il nome di un uomo, padre ed ex marito della provincia di Campobasso. Uno dei siti di informazione locale più consultati da quelle parti è “Primonumero”. Proprio su quel sito Michele legge un articolo allarmante e allarmistico incentrato sul Codice Rosso: più di 200 segnalazioni di violenza contro le donne sono arrivate alla Procura di Campobasso nel periodo precedente all’entrata in vigore della legge voluta da Giulia Buongiorno. Segue il solito narrato, variazioni sul tema: donna = sempre vittima, uomo = sempre carnefice. Michele, dopo la lettura dell’articolo non ci sta. E fa qualcosa che tutti dovremmo prendere l’abitudine a fare: chiede una rettifica alla redazione.

Che stranamente la pubblica, anche se a modo suo. Ma di quella modalità parlerò tra poco. Interessa soprattutto sottolineare come Michele metta nero su bianco, partendo dalla propria vicenda personale, tutte le storture del sistema. Proprio quelle che ai media non piace tanto sbandierare e pompare. Mette il dito nella piaga, Michele, e ci rovista dentro con grande precisione e competenza. Probabilmente ha speso del tempo per scrivere la sua lettera alla redazione, ha vinto la pigrizia e lo scoramento (“tanto non serve a niente”) e ha fatto una cosa che andrebbe fatta sempre e in massa. Bravo Michele.


Michele, dopo la lettura dell’articolo non ci sta.


Anche perché con la sua lettera ha costretto “Primonumero” a uscire allo scoperto e ad argomentare il proprio approccio. Nel farlo, la redazione mostra tutta la propria malafede (o impreparazione, a seconda…). La violenza subita da Michele viene infatti definita “al contrario”. Un trucco espressivo per trasmettere l’idea che quella contro le donne sia la norma, quando è ben noto (e comprovato dai numeri) che così non è. Così come non è vero che “talvolta” (così dice la Redazione commentando le parole di Michele) anche gli uomini subiscano soprusi, maltrattamenti e violenza.

Le chiose della redazione alla lettera di Michele sono disseminate di distinguo e trucchetti del genere. Piccole concessioni usate per confermare un assunto ideologico da cui non si vuole fare marcia indietro. Non si vuole o non si può: hai visto mai che gli innumerevoli inserzionisti del sito se ne adontino… Un rifiuto insensato, anche davanti ai numeri. Già, i numeri. Lì si arriva al punto critico, dove il re di “Primonumero” si mostra tutto nudo.


Il re di “Primonumero” si mostra tutto nudo.


“I duecento casi di cui si parla”, commenta la redazione, “sono, purtroppo, casi processuali e non, certificati da fonti autorevoli. Sono, insomma, quelli che si chiamano dati ufficiali”. Il fatto è che Michele non si è sognato di mettere in dubbio l’ufficialità dei dati. Richiamarla nella replica pare dunque un modo per alzare un dito dietro cui nascondersi. In particolare per nascondere il buco nero nell’osservazione, là dove parla di “casi processuali”. Che di suo non vuol dire niente. E basta leggere l’articolo precedente per rendersene conto.

Esso infatti parlava di “segnalazioni e denunce”. Che, com’è noto, sono cosa molto diversa dalle condanne, e solo previo rinvio a giudizio diventano “casi processuali”. Chiunque può denunciare chiunque, nel nostro ordinamento. E le autorità hanno l’obbligo di esaminare e indagare su ogni denuncia (obbligo dell’azione penale). Quel dato da solo però non è indicatore di nulla, se non viene controbilanciato dal dato delle condanne. Michele esattamente questo ha fatto, con grande rigore, nella sua lettera, sostenendo che da anni la montagna di denunce contro gli uomini partorisce un microscopico topolino di condanne. E che questo qualcosa vorrà pur dire.


La montagna di denunce partorisce il topolino delle condanne.


La spiegazione più immediata, è noto a tutti, è che il gran numero di “segnalazioni e denunce” finite in archivio, transazione o assoluzione erano di natura falsa o strumentale. Come tali spessissimo presentate prima, durante o subito dopo fasi di separazione coniugale. Questa è la verità dei fatti e dei numeri, e non c’è supercazzola che la redazione di “Primonumero” possa fare per negarla. Tanto meno le dovrebbe essere consentito di infangare le innumerevoli esistenze rovinate, come quella di Michele, arrampicandosi sugli specchi e parlando di “eccezioni”. Cara redazione di Primonumero: eccezioni un par di palle, se mi si passa il francesismo.

Ancora un bravo grande a Michele, che ha messo spalle al muro un mezzo di comunicazione e le sue mistificazioni, colpose o dolose che siano. Facciamolo ancora, facciamolo tutti, senza pigrizia o sfiducia, con chiunque. Mi verrebbe da chiedere a tutti coloro che mi inviano le loro storie di inviarle in massa anche a “Primonumero”, per fargli capire quante sono quelle che loro chiamano “eccezioni”, ma lasciamo stare. Ripeto, perché più importante: si prenda esempio da Michele. Non facciamogliene più passare una. Ogni rettifica pubblicata sarà una picconata alla base del monumento di bugie che oggi avvelena le relazioni tra uomini e donne.


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10 thoughts on “Facciamo tutti come Michele

  1. Mi sono avvicinato a questo blog da poco. Sicuramente una delle ragioni principali per cui ho preso in considerazione le sue ragioni sono il fatto che gli articoli di Davide sono esposti con chiarezza e pacatezza, sono razionali, ironici, sarcastici e pungenti ma mai violenti o rabbiosi. Altrettanto Non ho riscontrato nei commenti, che invece spesso hanno più il carattere di sfoghi personali che di razionalità e pertanto rischiano di prestarsi a strumentalizzazioni, perché questo blog è pubblico.
    Lo dico perché ho tovato questo blog interessante, uno strumento che ha cambiato la mia visione dei problemi che tratta. sebbene possa quindi comprendere che probabilmente dietro taluni commenti c’è un vissuto personale diverso dal mio, ritengo comunque che arrivare a dire che un giornalista dovrebbe essere vittima, o dovrebbe essere preso a calci veri non giovi. In generale.

    1. Calci “veri” non calci veri.

      D’altronde quello ha scritto uomini “vittime”, quindi anche se ricevesse calci “veri” non potrebbe comunque essere vittima, al massimo “vittima”.

      Bisogna saperle apprezzare certe finezze.

      Io vado ancora abbastanza d’accordo con la mia ex moglie, ma se arriva uno che non conosco e mi da’ un pugno in faccia, io per prima cosa provo a schivare e poi gli do’ un pugno in faccia, non mi chiedo le sue ragioni. Delle ragioni ne parleremo una volta che si calma.

      E qui è uguale: questo giornalista è a favore della violenza sugli uomini, per questo scrive uomini “vittime” con le virgolette.

  2. Il giornalista che ha scritto la replica a Michele effettivamente un giorno potrebbe diventare una vittima (senza conseguenze serie ma anche senza virgolette) .. Ma non da parte di qualche donna, bensì di qualche compagno. Marito o padre esasperato… Chissa’ se il sito informativo dove lavora gli concederà un periodo di riposo Causa infortunio sul lavoro?

    1. No, al massimo può diventare “vittima” con le virgolette: è uomo.
      E non vedo dove stia il problema: il problema è solo il numero di denunce presentate da donne contro uomini – solo quello: condanne effettive, violenze su uomini, violenze di donne su altre donne – tutta roba che non interessa e che se si deve affrontare perché costretti, allora si scrive “vittime”.

      Ci vuole una bella perversione mentale per aggiungere le virgolette a vittime, e una fortissima volontà di mandare un messaggio chiaro e forte, visto che stava rispondendo a uno che affermava:
      “vedete gli uomini come carnefici e le donne come vittime, ma può essere anche il contrario”

      E la risposta è:
      “Vittime”
      Che tradotto è:
      “Non me ne frega niente, tu non sei vittima, qualsiasi cosa ti facciano, perché sei uomo”

      Bene, non vedo perché il nostro supermacho dovrebbe preoccuparsi se gli dovessero dare un po’ di botte, mica diventa vittima, al massimo “vittima” – e solo se riesce a costringere qualcuno a parlarne.

  3. Il giornalista ha proprio la mamma “puttana”, infatti ha scritto:

    “Che poi, oltre ai casi citati, ci siano anche uomini “vittime” non si può certo escludere.”

    “Vittime” tra virgolette riferito agli uomini falsamente accusati.

    Questo andrebbe proprio aspettato fuori dalla redazione e preso a “calci”, di quelli “veri”.

    E il bello è che se scrivo così anch’io non si può fare nulla, le virgolette sono una cosa particolare.

      1. Ma ha scritto lei l’articolo? Non
        ho controllato ma l’articolo pare scritto da un uomo.

        Comunque qui appena varano qualcosa che consente denunce anonime bisogna raddrizzare la situazione: io ne farò 300, subito.
        E poi scrivo che sono prova di violenza femminile.
        Mi sono proprio rotto le scatole, uno schifo simile non è tollerabile, è pura propaganda, e solo per aver scritto “vittime” tra virgolette chi ha lo ha fatto andrebbe punito: una bella denuncia anonima, se e quando sarà possibile.

          1. E’ la fame di lavoro, quando io scriveva il pezzo era quello, se non piaceva non lo pubblicavano, ma l’unica cosa che potevano decidere era il titolo. Però io mica ci vivevo, ci arrotondavo. Tanto che quando ho cambiai casa – e non c’era ancora internet – lasciai perdere perché ci mettevi il trasferimento in auto (mezz’ora andata e mezz’ora ritorno) e il parcheggio il guadagno quasi si dimezzava (anche perché c’era l’uso cretino che dovevi ribattere completamente il pezzo nella redazione, non bastava dargli il foglio, quindi quasi sempre erano 2 ore di parcheggio invece di 1, in zona centrale, la più cara): i collaboratori li hanno sempre pagati da schifo.

  4. Una buona idea potrebbe essere che tutte le volte che si parla di violenza maschile sulle donne la definissimo “al contrario” e se qualcuno obbietta si parla di fa cenno a separazioni rovinose e false accuse.

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