La violenza di Pino Roveredo. E la mia

Pino RoveredoPino Roveredo è uno scrittore, il cui ultimo libro appena uscito si chiama “Ci vorrebbe un sassofono”. Prima di parlarne, due parole sull’editoria italiana.  Oggi l’autore che voglia far arrivare un suo testo al grande pubblico deve passare uno strettissimo collo di bottiglia, fatto di filtri su filtri, selezioni su selezioni. Quello che arriva in mano ai lettori, in linea teorica, è il miglior prodotto possibile, ovvero qualcosa che coniuga qualità letteraria e capacità di vendita, spesso favorendo un aspetto a detrimento dell’altro. E a dettare la vendibilità di un libro è la domanda, a sua volta alimentata dalla narrazione generale.

Semplificando: supponiamo che parta un’operazione per rilanciare l’immagine di una regione. A un certo punto diventano innumerevoli film e libri ambientati proprio in quella regione, che ne recuperano cultura, tradizioni, scenari. Gli editori producono romanzi a nastro che il pubblico compra. Il successo commerciale suggerisce agli editori di produrne ancora e ancora, fino alla saturazione. A quel punto l’operazione termina e il filone viene abbandonato, lasciando però nel narrato comune tutte le suggestioni trasmesse da quella produzione culturale così tracimante. Un meccanismo che, incentrato com’è sull’elemento vendite, spesso fa mettere da un lato la qualità letteraria vera e propria. L’importante è dare ai lettori ciò che essi chiedono, anche se in buona parte è un desiderio indotto.


Importante è dare ai lettori ciò che essi chiedono.


Sostituite la necessità di promuovere una regione specifica con tutta la tematica tipica relativa alla violenza sulle donne o al cosiddetto “femminicidio” o all’altrettanto cosiddetto “women empowerment”, e avrete un quadro completo ed esaustivo della produzione culturale, specialmente letteraria, di questi ultimi anni. E’ possibile rendersene conto facendo un giro in una grande libreria, osservando chi viene messo più in risalto: autori donne o autori uomini che raccontano storie di violenza maschile, sempre descritta come mostruosa, devastante, dilagante e soprattutto connaturata alla natura stessa dell’uomo. In alcuni casi la donna soccombe alla violenza, in altri se ne affranca, a seconda del target che scrittori ed editori vogliono prendere all’amo. Un’idea di massima di questo trend ce la si può fare anche dando un’occhiata al parzialissimo “Album di Goebbels” di questo blog, dove appaiono molti prodotti editoriali recenti allineati a questo filone falsificante.

La new entry più recente nell’album è proprio il romanzo “Ci vorrebbe un sassofono” di Pino Roveredo, edito da Bompiani. Dice l’autore, intervistato dall’Huffington Post: “viviamo nella cultura del maschio che deve trattare la donna come proprietà. Noi uomini siamo fra i primi imputati per il nostro silenzio”. Parla per te, Roveredo, verrebbe da dire subito, ma cerchiamo di tenere da parte le reazioni di pancia. Ragioniamo sui suoi argomenti e in parte sulla sua persona. Non che questa sia più importante dei messaggi che veicola. Colpisce però che Roveredo sia persona finita in carcere in passato. Per carità, incidenti di percorso che possono capitare nella vita. Quello che fa strano è che, nonostante questi pregressi, pubblichi libri con una grande casa editrice senza che nessuno gli rinfacci nulla o protesti, come capita in altri casi dove magari non c’è alcun tipo di pregresso poco commendevole. Certo, è noto che la fedina penale sporca in Italia fa curriculum, ma viene comunque da chiedersi il motivo di un doppio standard del genere.


Parla per te, Roveredo, verrebbe da dire subito.


Probabilmente si tratta dei temi trattati. Roveredo non solo si conforma, ma cavalca giustamente, insieme alla sua casa editrice, gli argomenti più in voga per avere il consenso generale e le vendite relative. Si tratta di sfruttare l’attuale filone aureo, che trova il consenso dei grandi agglomerati del potere rosa nazionale. Ma qual è il centro della narrazione di Roveredo? Nel suo ultimo libro racconta “il flusso di coscienza drammatico di una donna che ha subito ogni atrocità dal marito e si trova costretta ad assisterlo”. Una storia vera, dice l’autore. Anzi un insieme di storie vere mescolate assieme e sublimate nella narrazione letteraria. Dunque gli ingredienti ci sono tutti: criminalizzazione dell’uomo, santificazione della donna (che assiste il proprio uomo, anche se violento), collegamento a una realtà asseritamente diffusa. Servizio completo, insomma.

Quando si tratta di descrivere la violenza maschile, non si mena il can per l’aia. E così, dice Roveredo, nel suo romanzo c’è “violenza psicologica e fisica. Una violenza fortissima, tutta vera. C’è anche la necessità di una madre di proteggere i figli, e la trappola in cui a volte cadiamo restando succubi di situazioni atroci per quieto vivere”. Detta così sembra che il meccanismo valga solo per le donne, ovviamente… Nel racconto di come è nato il libro c’è poi anche il lato emozionale e commovente: un non vedente che avrebbe detto allo scrittore che la violenza sulle donne non si vince se gli uomini stanno in silenzio. Ecco perché ha scritto “Ci vorrebbe un sassofono”, per combattere la cultura dell’uomo che tratta la donna come proprietà. Un viziaccio mica solo degli immigrati, specifica Roveredo, ma che “appartiene anche ai nostri connazionali”. Il tutto come se le statistiche su denunce e condanne non mostrassero chiaramente la spaventosa incidenza di violenza contro le donna nelle comunità immigrate rispetto a quella nella comunità di italiani. Ma vabbè, un po’ di immigrazionismo in questo delirio filo-donnista ci sta. Ci deve stare.


“Combattere la cultura dell’uomo che tratta la donna come proprietà”.


creosotoL’uscita di questo ennesimo libro (questo sì ennesimo, mica come i cosiddetti “femminicidi”) di criminalizzazione dell’uomo è davvero provvidenziale. Anzitutto perché aggiunge una caramellina in bocca a quel Signor Creosoto che è diventata l’ossessiva narrazione femminocentrica nella cultura diffusa. Poi anche perché la spinta su queste tematiche da parte dell’editoria grande e piccola è davvero ormai aperta e sfacciata e mostra in modo sempre più incontrovertibile quanto essa abbia perso il ruolo di guida culturale della comunità, diventando invece serva delle mode e in quanto tale tra i principali elementi inquinanti del discorso civile. Ma soprattutto perché il libro di Roveredo esce quasi in contemporanea con un altro libro, che ne è l’esatto e preciso contraltare.

Il 2 ottobre, infatti, sarà disponibile un mio libro, il mio secondo romanzo. Si intitola “La parabola del criceto” e il suo booktrailer si può vedere in anteprima qui o su YouTube. Ribadisco: si tratta davvero dell’esatto contraltare di quello di Roveredo. Anche “La parabola del criceto” è la sublimazione delle centinaia di storie vere che ho raccolto negli ultimi anni. Le ho camuffate per renderne i protagonisti irriconoscibili, ne ho preso i brandelli e li ho ricuciti in una storia unica. Quelle che ho ricevuto però sono tutte vere e documentate, non sono genericamente menzionate al volo in un’intervista promozionale. Non solo: anche nel mio romanzo c’è tanta violenza. Violenza e sesso veri, gretti, brutali, vissuti realmente sulla pelle e raccontati per quelli che sono. Ma a mettere in atto il tutto è una donna e la vittima è un uomo (anzi più di uno). Al tuo libro, Roveredo (ma sarebbe più giusto rivolgermi al tuo editor e alla tua casa editrice), si opporrà il mio, mai passato sotto la pialla astuta di correttori professionisti, dunque pienamente autentico nello stile (anche nei difetti) e senza il blasone di una casa editrice famosa.



Al tuo libro, Roveredo, si opporrà il mio.


Non voglio fare una competizione commerciale con te. Con le spalle coperte che hai e sfondando una porta aperta con la tua tematica e il tuo personaggio, venderai tantissime copie, io non posso competere da quel lato. Competo però, eccome se competo, dal lato dei contenuti. Tu aggiungi il tuo tassello, uguale a tutti gli altri, nella costruzione di un castello che in buona parte è del tutto immaginario. E’ mito, propaganda, moda, occasione di business. Io propongo invece un tassello nuovo e originale, quello di una realtà non solo mai raccontata ma proprio ostracizzata dal dibattito pubblico, sebbene esista nelle stesse proporzioni di quella che racconti tu. E anche io, come fai tu con gli uomini, sostengo che niente si risolverà mai se le donne restano in silenzio rispetto a una violenza e a una sopraffazione a danno degli uomini e dei padri che c’è e fa sfracelli di vite. Non so quale sia il tuo, il mio augurio è che il confronto-scontro tra le tematiche del tuo libro (e di tutti quelli conformi al tuo già pubblicati) e quelle del mio inducano davvero tutti, uomini e donne, a non restare più in silenzio. Non per parlare, ché di chiasso se n’è fatto abbastanza, ma per parlarsi.


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