Lilli Gruber alle prese con il testosterone

di Anna Poli – Non Calliope, bensì il testosterone di Matteo Salvini pare aver ispirato la nota giornalista e presentatrice Lilli Gruber all’avvio della stesura del suo ultimo libro. A dichiararlo è lei stessa, quasi ci tenesse a ricordare, in un toccante slancio di onestà, o forse solo per sbaglio, che tutto sommato ognuno ha le Muse che si merita. Il libro è in realtà un pamphlet, un libello, un breve fastidio, che si propone di documentare, con resoconti incontrovertibili e dati certi, i fatti oggettivi e inoppugnabili che hanno contribuito a originare nel corso degli anni il pensiero del tutto personale, insomma soggettivo, dell’autrice. Il libro della Gruber arriva dunque a ribadire ancora una volta, come se ce ne fosse bisogno, che un’opinione è opinabile solo se formulata da un uomo. Se formulata da una donna, è la verità dei fatti.

L’ondata testosteronica ispiratrice del polemico scritto ha tuttavia straripato decisamente in fretta e, una volta rotti gli argini di ogni buon senso, ha affogato ben bene le idee, già annaspanti in origine, della confusa autrice. Come si conviene alla brava (e disorientata) femminista, da un lato Gruber sbercia “basta con tutto questo testosterone!” e dall’altro sembra essersene scolata barili a merenda. Non paga dei suoi modi da bulla di quartiere e del tutto dimentica di avere lungamente contestato agli uomini di essere dei bifolchi prevaricatori, la giornalista ha anche pensato bene di parafrasare un suo istantaneo impeto di onnipotenza uterina con un delirante “la battaglia per il potere alle donne va di pari passo con la battaglia per la sopravvivenza del pianeta”! La medesima frase, in bocca ad un uomo qualunque, avrebbe sortito la subitanea nascita di un movimento pro morte per alto tradimento e oltraggio alla corona. Ma Lilli è specie protetta, Lilli, in quanto donna, ha il potere di dire ciò che vuole.


Gruber parla di donne con figli e senza potere, categorie di cui lei non fa parte.


Quello che, malgrado tutto, riesce sempre a farmi sorridere di questo bieco femminismo è la spavalda incuria con cui queste presunte eroine si frangono miseramente contro ciclopici iceberg di contraddizioni e nonostante ciò procedono, a suon di zuccate, in schiere compatte di teste basse. “Le donne sono abituate a condurre una vita con responsabilità multiple”, ha continuato la sua intervista la Gruber. “Io non ho figli, ma chi li ha lavora, gestisce casa, genitori anziani e bambini piccoli con una organizzazione del tempo incredibile. Da loro dobbiamo imparare”. E’ solo una mia sensazione o la sedicente paladina degli archetipi da emulare sta cercando di convincerci (probabilmente del tutto inconsapevolmente) del fatto che nessuno di noi abbia proprio nulla da imparare da lei che è ricca sfondata, senza figli, ricolma di fama e di potere, così come di arrogante maleducazione e mancanza di rispetto verso qualsiasi idea che non sia la sua? Inutile dire come su questa sua tesi mi trovi profondamente d’accordo.

A questo punto, però, la logica mi implora di trovare un nesso tra la dichiarazione della giornalista per cui è solo dalle donne con figli che tutti dovrebbero imparare e quello che solo qualche riga dopo è andata sostenendo a gran voce. E cioè che “siamo più brave e più competenti e chiediamo il potere”. Siamo chi? Di chi parla? Di quelle donne con figli e senza potere di cui lei non fa parte oppure delle donne senza figli che il potere ce l’hanno già (tipo lei) e che, senza vergogna, rivendicano ulteriori privilegi per se stesse guardandosi bene dal dichiararlo, utilizzando come scudo proprio quelle categorie di anime fragili e facilmente strumentalizzabili alle quali loro certamente non pertengono? A Lilli Gruber l’ardua sentenza. Ardua principalmente perché priva di raziocinio, ardua perché ideologica e strumentale e volta a irretire menti giovani e ancora facilmente suggestionabili, ardua perché fondata sulla malafede tipica dei potenti. Che aizzano le folle nel nome di un presunto beneficio di cui, guarda caso, loro godono già.


Non si rende nemmeno conto di quanto sia non solo prepotente.


legge codice rosso“E’ ora che gli uomini riprendano a studiare e che imparino ad essere più femminili” ha detto anche. Io (pensa, Lilli, che paradosso!) sono continuamente ad augurarmi che questo lo facciano le donne. Che studino, che si informino, che combattano questo lavaggio di cervelli sistematico che poche altre donne molto potenti stanno cercando di far passare come resa dei conti nei confronti di un nemico che non c’è e non c’è mai stato. Mi auguro che esse si risveglino in massa e riscoprano il valore della femminilità e del parlare a bassa voce, mi auguro che rivalutino l’importanza della cooperazione, della compensazione e dell’andarsi bene così come si è senza cercare ad ogni costo di infilare l’altro (e a volte anche se stesso) in una divisa che non gli appartiene. E’ talmente arroccata nella sua torre di presunzione o forse probabilmente solo concentrata sull’egoico intento di chiudere l’intervista con una frase ad effetto, che la monolitica femminazi non si rende nemmeno conto di quanto sia non solo prepotente, ma anche degradante per l’intera categoria, prorompere in un fragoroso “ci assumiamo già tante responsabilità, perché dovremmo avere paura di prenderci il potere? E una volta che ce lo siamo preso, vogliamo anche le rose”.

Le nostre nonne, cara Lilli, ci hanno insegnato a chiedere con cortesia e ad arrossire di fronte a un regalo anche piccolo purché fatto col cuore, ci hanno insegnato a sorridere al pensiero di una rosa e a ringraziare sempre di un gesto gentile. Le nostre nonne ci hanno insegnato che gli uomini sono un baluardo e le donne il loro sostegno nei momenti di vulnerabilità, le compagne di sventure e di avventure da cui provengono sempre parole di incoraggiamento e mai di scherno. Tu ti proponi come modello di donna emancipata e invece sei solo la conferma che non avrei voluto avere di come spesso, purtroppo, per emergere, le donne si ridisegnino a immagine e somiglianza di modelli maschili, stereotipici e maschilisti per lo più, rinunciando ai loro tratti di finezza peculiare. Tratti antichi, tratti belli che, proprio loro, spesso sono le prime a sminuire e a considerare inutili accessori. Personalmente, dal tuo modello mi dissocio sotto ogni punto di vista. Non certo in quanto donna, ma in quanto femmina, fieramente mai femminista.


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