Tentato omicidio: processo e condanna alle intenzioni

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manette

di Fabio Nestola. “Attese l’ex moglie con martello e coltello: condannato per tentato omicidio”, così titola la testata “Info Vercelli 24”, settimana scorsa. Stando al titolo, verrebbe da dire: bene, giustizia è fatta. Un po’ meno se si guarda al dettaglio. Con la premessa che qualsiasi violenza sia da condannare, sempre e comunque, è lecito infatti chiedersi se per caso la deriva gender oriented non sia inquinata da un’ossessione giustizialista. Ormai siamo arrivati al processo alle intenzioni, una persona può essere condannata perché si presume che potrebbe (forse, chissà…) essere violenta.

I particolari della vicenda si possono desumere solo dagli articoli di cronaca, ovviamente non è possibile commentare i dettagli di atti processuali dei quali non siamo in possesso, ma la cronaca dice che una persona è stata condannata per tentato omicidio, sei anni di detenzione in carcere, per aver atteso la ex moglie nel parcheggio di un supermercato. Alla ex moglie non ha usato violenza, non si è potuto avvicinare e non l’ha nemmeno potuta vedere in quanto la signora, una volta riconosciuta l’auto dell’ex nel parcheggio, ha temuto un’aggressione e ha chiamato le forze dell’ordine senza nemmeno uscire dal supermercato.


Il tizio viene descritto come un soggetto instabile.


Nell’auto il tizio aveva un martello ed un coltello, quindi c’è la certezza che volesse uccidere. Di più: ha effettivamente tentato di uccidere. Forse avrebbe potuto usare quegli oggetti per impaurire, per minacciare o anche per uccidere, ma da dove nasce la certezza che li detenesse con il proposito di utilizzarli? E di utilizzarli contro quella persona? E di spingersi fino all’omicidio? Ma soprattutto, ha effettivamente tentato di mettere in atto il proposito criminale che gli viene addebitato? Detenere oggetti atti ad offendere è una cosa, utilizzarli per offendere realmente è un’altra.

Non discuto la condanna, ma la motivazione della quale nasce. Avrei compreso il massimo edittale per porto abusivo di arma da taglio ed arma impropria, sommato al massimo edittale per lo stalking, sommato alla violazione delle misure cautelari. Ma il tentato omicidio proprio no, non ci sta. Il tizio viene descritto come un soggetto instabile, l’articolo parla testualmente di “complessa situazione psicologica” cosa che, abbinata agli sms dei quali non si conosce il contenuto, lo renderebbe un assassino.


Basta l’intenzione?


Attenzione però: visto il precedente creato con tale condanna, è lecito chiedersi cosa possa rischiare qualsiasi militare o poliziotto, carabiniere, finanziere, guardia carceraria, guardia giurata. E inoltre persone con porto d’armi per difesa personale o esercizio venatorio (la licenza di caccia), poco meno di due milioni di persone in possesso di un regolare porto d’armi, tra le quali centinaia di migliaia sono in lite giudiziaria non solo per un divorzio ma anche per liti di condominio, eredità contese, mobbing lavorativo, controversie assicurative ed altro ancora. Tutti potenziali assassini?

Le armi da fuoco sono atte ad offendere in maniera enormemente superiore rispetto ad un martello o un coltello, pertanto qualsiasi separato potrebbe essere accusato di tentato omicidio solo per il fatto di trovarsi nelle vicinanze della ex. È il contenuto degli sms a configurare il tentato omicidio, o il fatto di avere la disponibilità di oggetti che potenzialmente potrebbero (forse, chissà…) servire ad uccidere? Anche se i messaggi inviati dal tizio fossero effettivamente minacciosi, l’intenzione prescinde dall’azione vera e propria. Estremizziamo il concetto. Visto che basta l’intenzione, migliaia di famiglie senza prole potrebbero chiedere ed ottenere il bonus-bebè: pur non avendo figli hanno però un forte desiderio di averli.


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